Delle storie degli altri mi colpisce il rumore.

luglio 6th, 2016

Delle storie degli altri mi colpisce il rumore; mi piace quando scrivono di voci nei portoni, dello schiocco di due dita, di una cosa che cade e fa fran’. Mi piace che per dire quei rumori scelgano  impasti di lettere che non avrei pensato mai. Me lo chiedevo anche prima, prima che per me diventasse importante, che suono facessero i pensieri in altre teste, su altri corpi, con meccaniche tutte loro di equilibrio e passi.  Mi piace anche, delle storie degli altri, l’odore che senti come di case nuove, un odore di legno tagliato e cartone e scotch. Mi piace il coraggio che lascia l’impronta in una spaziatura di troppo, che a tradurla significa “qui c’è un respiro, forse tu pensi di no, ma io lo sento e lo devo lasciare”. E mi piace quella linea tutta uguale di inchiostro che prosegue da un foglio all’altro, da un paragrafo all’altro, da ogni fine ad ogni inizio, in un dispiegarsi perpetuo di “E poi” che ci lega tutti.

E poi sputai lontano.

E poi restò in silenzio.

“E poi la mette con tutto”.

E poi fu chiamata Sole.

E poi chiederà “quanto ci è costato?”

“E poi mi chiami?”

E poi disse “vaffanculo”.

E poi decise di non sparare.

E poi pensai che fosse ora.

E poi no.

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(*il tema del concorso – Caratteri di donna e di uomo 2017 – è il viaggio, iniziamo a pensarci?)

Pubblicato da bianca

Don’t shoot the storyteller.

giugno 6th, 2016

Più o meno un anno fa, a luglio 2015, un articolo pubblicato su Wired animò la discussione social tra chi, a vario titolo, si occupa di narrazione. Pensai di scrivere un articolo ma faccende personali portarono la mia attenzione altrove. Oggi, ritrovato qualche appunto, riprendo l’argomento per fare un paio di considerazioni. Il titolo dell’articolo era: I danni dello storytelling (al giornalismo) Proprio così, con una parentesi usata per puntualizzare, nel caso incautamente si fosse tentati di generalizzare il concetto, deducendone che lo storytelling sia dannoso per l’umanità intera.
Lo storyteller crea danni – si dice – perché non è oggettivo, non contestualizza, non aiuta a comprendere i fatti e a metterli nella giusta prospettiva. La tentazione di buttarla sul filosofico è forte, quella di ragionare sui limiti della capacità umana di oggettivare la realtà pure. Il tema della soggettività dell’esperienza è un universo e come tale non è semplice decidere quali punti unire per trarne una costellazione riconoscibile. Decido di partire da quello che so.
Mia nonna raccontava storie, mia madre racconta storie, i miei figli raccontano storie: la più piccola di ritorno dal suo primo viaggio a Venezia ha sentenziato “mi era piaciuta di più l’altra volta” e pur facendole notare che si trattava appunto della sua prima visita, la mini-narratrice non ha mollato la presa sostenendo “sì, che ci sono già venuta, era prima di nascere”. Passiamo ogni istante della nostra vita ad elaborare storie a ciclo continuo, sogniamo ad occhi aperti, progettiamo il futuro, proiettiamo su uno schermo interiore il film sempre diverso di quelli che siamo stati. Per alcuni studiosi le storie sono un semplice gioco cognitivo, per altri uno strumento di problem solving e apprendimento, per altri ancora una via d’uscita dalla cultura del destino unico: inventiamo altri posti nel mondo, in cui vivere tutte le vite possibili. Spesso raccontiamo storie per mettere un punto, per tracciare una linea tra prologo ed epilogo, per dare una forma contenuta ad ogni esperienza che percepiamo come incontenibile. E poi cancelliamo, deformiamo, generalizziamo, ok, ma soprattutto, è un fatto, ricamiamo. Mettiamo fiocchi, pizzi, merletti e nastrini, abbelliamo la nostra rappresentazione mentale della realtà per rendere attraente (nel senso di attrahere = tirare a se) il bagaglio delle cose sapute e lasciarlo in consegna a chi viene dopo o a chi ci sta intorno. Non è una notizia, nel senso di novità. Ecco, per l’appunto, notizia viene da notes, part.pass di noscere che vuol dire conoscere. Conoscere è “nel significato più ampio e filosofico, apprendere e ritenere nella mente una nozione.” (Vocabolario Treccani) e perché la mente ritenga una nozione le serve una storia. Perché le storie hanno il potere di attivare entrambi gli emisferi del cervello facendoli lavorare insieme, sintonizzano aspetti razionali ed emotivi, consentono di apprendere elementi consci e inconsci della nozione.
Se è vero, come dice l’articolo, che “negli ultimi 30 anni abbiamo assistito alla frantumazione delle classiche aggregazioni sociali”, se ci è diventata più difficile la lettura del mondo tramite quotidiani, periodici e tg, la soluzione è nel raccontare più storie, non certo nel farlo di meno. Se mai l’imperativo è farlo meglio. Senza sciatterie che invece sì, confinano me e tutti gli altri umili lettori della realtà, in un temibilissimo analfabetismo di senso.
Poi se qualche giornalista, per stare in pace con la propria coscienza, sceglierà di mettere in calce ad ogni articolo la postilla *basato su una storia vera, non ne sarò contrariata. Del resto “Tutte le storie sono vere e alcune di esse sono anche accadute.” (Diana Bertoldi – storyteller).

 

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Pubblicato da bianca

“il tocco, il rimedio, la parola”

febbraio 22nd, 2016

“Una buona comunicazione influisce direttamente sull’efficacia e l’efficienza della cura, con ripercussioni positive sulla qualità della vita dei pazienti e del sistema sanitario in generale: il medico, quando veste i panni del «persuasore strategico», non solo fa sentire meglio il paziente,

Copertina "il tocco, il rimedio, la parola"

Copertina “il tocco, il rimedio, la parola”

persino nei casi più gravi, ma si sente meglio a sua volta, evitando peraltro la sempre più diffusa sindrome del burnout. In tutti i sensi, quindi, «curare» significa prendersi cura della persona, prima ancora che della malattia.”

Martedì 23 febbraio alle 21.00 presso la Casa della Psicologia, Roberta Milanese e Simona Milanese presentano il libro “il tocco, il rimedio, la parola”.

Siamo tutti invitati!

(Casa della psicologia, Piazza Castello 2 – Milano)

 

 

Pubblicato da bianca

Grazie

settembre 27th, 2015

Non so se la scuola di oggi possa essere più buona di ieri,
e neanche se le diatribe di oggi costruiscano più delle passate.
So però che a scuola ci vai per gli studenti, oggi e ieri,
per arrivare a loro, contenuti e forme, passare il testimone
e vivaddio.
Ogni anno cambi, ogni aula cambi, ogni giorno inventi
cioè proprio cerchi (e spesso trovi?) modalità comunicative per arrivare.
Certo è difficile, certo è una gara con te stesso,
certo devi migliorarti, puoi migliorarti, migliori.

E gli studenti ti aiutano.
Così capita che da un passato recente ti arrivi un regalo:
un tuo studente ha narrato di sé, condivide con te.
Tu non hai meriti: in un professionale, tra pulegge e pignoni,
solo provasti a trasmettergli amore per le parole abitate
dalla realtà.

E così la storia di Jacopo è diventata il testo narrativo
con cui quest’anno inizi il programma con la tua nuova prima:
le sue parole abitate, lette a 26 musetti in ascolto,
han detto più di Manzoni o Flaubert.

Per loro ci sarà tempo, più avanti.
Ora è il tuo. Grazie Jacopo.

La primavera del ’96
Ci sono giorni della nostra vita che ricordiamo grazie o purtroppo a degli avvenimenti che poi ci segneranno.
Ci sono giorni che addirittura ricordiamo in maniera ricorrente, causa un susseguirsi e accavallarsi di emozioni contrastanti ma necessarie e concatenabili, il primo giorno che capisci cosa volesse dir l’amore, la gioia, la forza o la debolezza, la sfrontatezza o la vergogna, così come il coraggio o la pazienza.
Io un giorno molto particolare me lo ricordo…
Pubblicato da annalisa pardini

Sinestesia Oceanomare

luglio 20th, 2015

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Questa è una storia di incontri, tra persone, sensi e dimensioni artistiche. OceanoMare è un progetto artistico sinestesico che abbraccia tatto, olfatto e vista. In un filo rosso che collega i profumi creati da Paolo Cerizza – naso di Preziosessenze – ai colori dei quadri e delle opere in vetro di Murano di Mara Lombardi, si dispiega la relazione che c’è fra vento e mare. L’acqua prende forma dalla forza degli elementi, anche catastrofici, per restituire trasparenza e calma al fluire tumultuoso dell’esistenza. Paolo ha saputo, con la sua arte, interpretare la dimensione olfattiva di tre opere di Mara: Sailing to Bora Bora, Polinesian Sea e Waves of love.  Mara ha saputo dare voce e consistenza a un racconto interiore che ci accomuna tutti e che oggi trova un tempo e un luogo per rivelarsi.

 

Vi aspettiamo.

 

 

 

 

 

Pubblicato da bianca

Silenzio feroce

maggio 23rd, 2015

Frasi come
            Un bel tacer non fu mai scritto
ci han martellato le tempie con la frivolezza delle citazioni ad ampio spettro,
antibiotici del nonsoche.

Eppure, a ben leggere, il dubbio regna sovrano:
da intendersi come
“non si possono scrivere le ragioni di un bel silenzio”
(come renderne infatti in parole la pudicizia, saggezza,  dignità, civiltà?)
oppure
“non si possono scrivere le ragioni di un bel silenzio
giacché un bel silenzio non esiste???

Tuttavia, che l’ambiguità del silenzio sia fascinosa
è lampante.
Ci si arrovellano amanti d’ogni età ed era
quando, aspettando risposte che non arrivano,
vi leggono fate-morgana di scusabili bisogni, impegni, fragilità
(ma quasi sempre chi tace non acconsente).

Ci si arrovellano giuristi e storici di ogni dove
se costretti a metter ordine tra cause-effetti
in inenarrabili catene di silenzi torture delazioni carceri ingiustizie.

D’altra parte il silenzio è da sempre anche un modo per proteggersi,
e si sono usati tutti i forcipi per piegarlo.

Nel provar così a raccapezzarsi tra vera o presunta nobiltà del silenzio,
si arriva ad ammettere che, come spesso accade, quel che conta è il fine,
giacché è lui che distingue tra difesa od offesa.

Certo è che le locuzioni in cui il silenzio piomba
han più sapore mortifero che vitale
a iniziare da silenzio di tomba e ridurre al silenzio
a vivere nel silenzio.
E in questi giorni di silenzi memori e di memorie insilenziabili,
proprio ripugna che la morte di un adolescente in gita
sia intrisa di lui: il silenzio omertoso.

Quando puzza,
il silenzio è sempre feroce.

Pubblicato da annalisa pardini

Nemesi ortografiche

marzo 9th, 2015

Errare humanum est:
preferirei di no, ma capita.
Bello se a errare fosse solo una categoria,
delineata, zac, colpevole!
Quel che farne, della categoria errante,
lo decideremmo dopo,
ma intanto sai che sollievo?!
“I O   N O N   S B A G L I O,  TU ??”

E invece niente,
errare humanum est,
e siccome sono umana, tutto ciò che è umano riguarda pure me.

E spunta lì a dispetto proprio l’errore,
quello a cui mai avevi pensato:
l’errore probabilmente impervio,
dislocante, anche massiccio,
le discese ardite e le risalite, insomma.

Perché se no come spiegarselo
quell’ “errore orografico”
che ti esce dalla penna proprio
mentre sei lì a legger e corregger testi altrui?
Sic.

Pubblicato da annalisa pardini

La congiura per la vittoria (o per la sconfitta)

febbraio 3rd, 2015

Le recenti vicende costituzionali, elettive o meno, sollecitano a condividere alcune considerazioni che, da semplice cittadino che osserva e compartecipa come può alla vita e alla gestione della res publica, mi sono – fisiologicamente – sovvenute. La lettura, l’ascolto, la visione delle notizie di questi giorni (e mesi) mi ha fatto notare che, tra tutte le speculazioni che nei secoli vantano una costante e perenne longevità, il primato spetta, senza “ombra” di dubbio, alla teoria del complotto: può giustificare tutto e il contrario di tutto, il potere o la sua mancanza; la corruzione o la sua assenza (anche per volere e grazia di ciò che non esiste, la mafia); i compromessi o le divisioni ma, più ancora, la sconfitta o la vittoria alle elezioni. Nei corsi e ricorsi storici, svuotati in parte del loro significato originario, e riempiti delle svariate esigenze dell’editorialista di turno o di chi questo rappresenta o pensa di rappresentare, si vanno trovando persino le motivazioni che hanno impedito, tra i “papabili”, l’elezione di un diverso Presidente della Repubblica. Ammettiamo, in assenza di prove o a causa di una loro evanescenza logica (ma forse non storica), che nulla sia dovuto al Bilderberg, agli occhi, ai grembiulini vari o a qualcosa di simile. Come giustificare, allora, scacchi matti, defenestrazioni in corso d’opera (senza il materiale di Praga ad attutire il colpo) e, soprattutto, rimozioni di ostacoli che, sino a qualche anno fa, sarebbero apparsi e avrebbero costituito limiti invalicabili? Bravura, strategia, comunicazione, intelligenza sono qualità che in Italia non sono mai mancate anche se, quando c’erano, difficilmente riuscivano a condensarsi attorno a un unico polo di consenso. Oppure non potevano farlo, mancavano le forze. Ragionando nell’ottica più illuminata possibile (nel senso di razionale, ovviamente), ciò che più sconvolge, in questo caso (e spero, mi auguro e intendo in senso positivo), è che nessuna cospirazione sia riuscita a fermare l’ascesa del nostro attuale Presidente del Consiglio che espone, impone (persuade), frappone e, dicono, dispone. Be’, a questo punto, mancando un Peppone ma non avendo trovato ancora un Don Camillo (Imposimato con buona pace di Aldo Grasso, vedi http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_01/quirinale-paese-complotti-giu-dal-colle-cbea4dc8-a9df-11e4-a06a-ec27919eedf1.shtml non ha ancora – udite, udite! – gridato al complotto), che qualcosa di vero ci sia?

Pubblicato da Mario

Dialetti e tradizioni popolari: un patrimonio culturale da salvare

gennaio 29th, 2015

 

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Il 31 gennaio 2015, in occasione della Festa della Toscana, presso la Sala l’Altana di Palazzo Strozzi a Firenze, si terrà una manifestazione, una giornata di discussione che avrà per oggetto il progetto Grammo-foni. Le soffitte della voce, sostenuto dalla Scuola Normale Superiore di Pisa e dall’Università degli Studi di Siena, finanziato dalla Regione Toscana, volto a recuperare, salvaguardare e analizzare materiale sonoro di interesse linguistico attraverso la sua digitalizzazione e catalogazione. I documenti vocali sono stati raccolti in un ampio arco di tempo da studiosi, appassionati, cultori di dialetti e tradizioni popolari sul territorio della regione Toscana , dagli anni ’60 a oggi. Grammo-foni, attraverso il portale  http://www.grafo.sns.it, restituisce alla nostra comunità una tradizione sonora molto ricca, fatta di storie, racconti, aneddoti, favole, proverbi, stornelli, canzoni provenienti dalla nostra regione.

 

Per informazioni:

Laboratorio di Linguistica “G. Nencioni”
tel: +39 050 509218
fax: +39.050.563513
e-mail: lab.linguistica@sns.it
http://www.sns.it/agenda/culturale/fontiorali/

 

Pubblicato da Maria Rita Stefanini

La ninna nanna di Ilse

gennaio 28th, 2015

In occasione della Giornata della Memoria, appena trascorsa, voglio condividere con voi una struggente poesia di ILSE WEBER, intellettuale ceca di formazione tedesca, autrice affermata di letteratura per bambini e programmi radiofonici dove era solita recitare fiabe, prigioniera nel ghetto di Theresiendtadt. Arrivata ad Auschwitz, al capolinea del treno su cui ella era salita volontariamente per non abbandonare i piccoli malati dei quali volle occuparsi a Theresiendtadt e pienamente consapevole della sorte che l’attendeva, venne riconosciuta da un detenuto che, vedendola consolare i suoi bambini messi in fila davanti alle docce, le si avvicinò. Proprio a lui Ilse chiese: “È vero che possiamo fare la doccia dopo il viaggio?”. Egli non volle mentirle e rispose: ”No, questa non è una doccia, è una camera a gas e ora ti do un consiglio. Ti ho spesso sentito cantare nell’infermeria. Entra con i bambini cantando nella camera a gas il più in fretta possibile. Siediti con i bambini per terra e continua a cantare. Canta con loro ciò che hai sempre cantato. Così inalerete il gas più velocemente, altrimenti verrete uccisi dagli altri quando scoppierà il panico”. La reazione di Ilse fu strana. Rise, come assente, abbracciò uno dei suoi bambini e disse: “Allora non faremo la doccia”.

La canzone che cantò insieme al figlio Tommy e agli altri bambini quel 6 ottobre 1944, entrando nelle docce della morte fu una sua ninna nanna: Wiegala. Da quel giorno, questa ninna nanna venne cantata da altri bambini prima di entrare nei gas di Auschwitz e rimase nella memoria dei
sopravvissuti come simbolo del massacro degli innocenti.

 

Piccola ninna nanna

La notte s’insinua pian piano nel ghetto
nera e muta.
Prendi sonno, scorda il mondo tutt’intorno.
Abbandona al mio braccio il tuo capo piccino,
si dorme di gusto e al caldo con la mamma vicino.
Dormi, di notte tanto può avvenire,
di notte tutto l’affanno può svanire.
Figlio mio, vedrai:
un giorno, al tuo risveglio, la pace troverai.

 

 

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Pubblicato da Maria Rita Stefanini