Quella gioia disperata dello scrivere

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia,
magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato,
e com’è stata la mia infanzia schifa [... ] e tutte quelle baggianate
alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne». 

Questo è l’esordio de Il giovane Holden

Tra le righe in ricordo di Jerome David Salinger
ce ne sono alcune che me ne restituiscono un ritratto definitivo,
inequivocabile,
e sono quelle scritte stamani su la Repubblica
da Gabriele Romagnoli. 

Dicono di un uomo assetato di conferme,
come tutti, fino a quando il suo capolavoro
non lo sopraffece
e gli rese pian piano chiara la differenza
tra scrivere per essere letti
e per assecondare il proprio daimon.

Dicono di un uomo con le sue infelicità e i suoi istinti,
come tutti, ma con un solo momento
che lo rende differente:

«uno solo in cui non si tortura per nulla,
non insegue niente e nessuno,
ma si concede un attimo di pura grazia
(e ogni uomo ne ha uno, ma a volte passa la vita
senza scoprirselo): è quando scrive.
J.D. Salinger che scrive,
non J.D. Salinger dentro un libro nelle tue mani».

In questa lettura,
che Salinger abbia passato il resto della sua vita nascosto
in mezzo al nulla,
se abbia o no riempito bauli di testi incompiuti o perfetti
è  ininfluente.
In questa lettura vince il rispetto,
a onta di ogni clamore.

Pubblicato da Annalisa

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