Il libro di sabbia
Funes l’avrebbe giudicato inutile.
Lui che “verso il 1886 aveva sviluppato un sistema originale di numerazione e che in pochissimi giorni aveva superato il numero di ventiquattromila”.
Lui che “non l’aveva scritto, perché quello che aveva pensato una sola volta non si cancellava mai più”.
No, a Ireneo Funes non servivano stampelle per la memoria, né tracce.
Lui che “due o tre volte aveva ricostruito un giorno intero” e a cui “ogni ricostruzione aveva richiesto un giorno intero”.
Funes morì nel 1889 e il mio ricordo di lui è ormai fiacco…
Orme, sopravvivono qui. Passi fruscianti, segni, echi perduti.
Nei deserti della solitudine, dimenticar le parole è come sfogliar la sabbia. Canta il vento tra le dita, maglie d’un setaccio che non si chiude. Vibrano per simpatia solo le corde più sord(id)e…


marzo 6th, 2010 at 12:09 am
“Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia … ”
ma essere sopraffatto dai ricordi. Con i ricordi, il dolore.
Incipit Vita Nova, invece: Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi.
marzo 6th, 2010 at 12:36 am
Il Vostro commento mi porta certa beatitudine… o almeno così m’appare