Articoli marcati con tag ‘comunicare’

Non è una coperta

lunedì, giugno 21st, 2010

Scalfari e i nuovi barbari,
stasera su Otto e mezzo,
ci han ricordato tra le idee anche il globish,
il nuovo inglese che in 1.500 parole
condenserebbe le 7 mila di un tabloid popolare,
le 40 mila di un giornale colto,
il mezzo milione di un buon dizionario
e il milione dell’inglese tradizionale.

Già, perché il global english,
usato correntemente da 4 miliardi di persone,
rudimentale, semplificato, all’osso,
con le sue millecinquecento parole abbatte barriere
e divisioni, e fa c o m u n i c a r e!

Come comunichi in millecinquecento parole
però, sì: vale la pena chiedertelo.
Comunichi sintassi semplici e pensieri fatalmente poco articolati
per dirla come Bartezzaghi, qualche giorno fa, su Repubblica.

Dell’equivalenza parole = pensieri
qui parliamo spesso,
e non ho voglia di tornarci, ora
che l’esame di maturità sta per scoccare.
Ci penserò domani,
quando leggerò le tracce
e come ogni anno vedrò facce lì fatalmente accaldate a cercare
pensieri e parole.

Sì, perché invece del solito, compulsivo, inutile
smanettamento alla ricerca della traccia che non c’è,
mi piacerebbe casomai che i maturandi si dessero
magari una ripassata al dizionario, qua e là,
tra un abbaglio e uno zufolo,
per intrecciare qualche filo di parole, qualche rete neuronale,
qualche testo, che poi è tessuto,
ma non è una coperta, e
a maneggiarlo non ti scoprirà i piedi.
Giuro.

Pubblicato da Annalisa

Non immodificabili

venerdì, maggio 28th, 2010

Ragionare per categorie salva.
Salva dal sovraccarico emozionale, dall’affastellarsi dell’esperibile.
Nella filosofia kantiana, la categoria è addirittura una forma a priori
dell’intelletto: rende possibile la conoscenza.

Ragionare per categorie fa risparmiare.
È una generalizzazione,
e la generalizzazione permette di preservare energia.
Appartiene a quei processi di modellamento
che circoscrivono e plasmano le nostre rappresentazioni della realtà.
Anche quelle linguistiche.

Che la struttura superficiale del linguaggio,
cioè le parole che pronunciamo e scriviamo,
sia in stretta correlazione con i nostri pensieri,
la nostra visione del mondo, è assodato:
attenzione alle parole significa dunque attenzione ai pensieri.

Sarà per questo che certe parole
ci risultano urticanti.
Fastidiose, malsane, asfittiche, abusate.
Generalizzate. Troppo.

Ragionare per categorie può così anche confondere.
E che si parli di pupe, secchioni,
bionde, bamboccioni,
sì: ci tocca fino a un certo punto.

Perché è da quel punto in poi che la generalizzazione
si odia. O si ama.
Un esempio?
Sacrifici.

Pubblicato da Annalisa

Qui lo dico. E non lo nego

sabato, maggio 1st, 2010

È qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini?
io lo nego.
Se quasi mai [...] la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini
dipende solo dal modo in cui la cultura si è manifestata.
Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori,
ha scoperto continenti e costruito macchine,
ma non si è identificata con la società,
non ha governato con la società,
non ha condotto eserciti per la società.

Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori?
Dallo spettacolo di ciò che l’uomo soffre nella società.
L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre.
E che cosa fa la cultura per l’uomo che soffre? Cerca di consolarlo. [...]
Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze
invece di limitarsi a consolarlo?

Una cultura che le impedisca,
che le scongiuri,
che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù,
e a vincere il bisogno,
questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura.

(E. Vittorini, da Il Politecnico, n. 1, settembre 1945)

Buon Primo Maggio.

Pubblicato da Annalisa

Parole disabitate

lunedì, marzo 29th, 2010

 

Succede che, proteso verso l’altro
in un’ansia comunicativa,
qualunque ne sia il genere,
tu osservi, ascolti, calibri le parole,
soppesandole, somigliandole al tuo interlocutore,
e le pettini, accurate, dedicate,
pronte, messaggio in bottiglia,
ponte, come altre volte dicemmo,
da percorrere avanti e indrè,
tu e l’altro.

Succede che arrivino, ritornino,
tripudio, gaudio, sollazzo:
funziona!
Ma anche no.
E quando no,
tra 0 e 1 lo 0 è lì a maledirti:
la persona non c’è (c’è mai stata?), non vale più l’indirizzo,
ha cambiato parole.

Tu ti aggiri tra quinte di cartone,
d’un tratto osservi le parole e le vedi:
avanzi di una muta di cui resti solo la scorza,
sagome in un paesaggio postatomico,
silente.

E allora davvero ti domandi se
l’attenzione, la cura, la scelta
siano poi vane,
giacché hai pettinato parole
e bambole.

Pubblicato da Annalisa

Piazza, bella piazza…

lunedì, marzo 22nd, 2010

“passa una lepre pazza”, continuava la canzone di Lolli. Ma nell’ultimo periodo, sembra che nelle piazze più che lepri pazze passi un po’ di tutto. Un avviso: questo post contiene parole un po’ forti (diciamo volgarità), quindi consiglio le persone sensibili di astenersi dalla lettura.

Ormai il richiamo alla piazza è diventato abitudine, per i campi avversi della politica italiana. E dire che un tempo “mettere tutto in piazza” significava (mi si passi il termine) sputtanare qualcuno, tirare fuori i segreti, le cose innominabili da tenere nascoste. Oramai, invece, si va in piazza e si dicono cose trite e ritrite, risapute e con tutta probabilità interiorizzate.

Esisteva una bel verbo, un tempo, che era “indignarsi”. Un tempo ci si indignava a lungo, e la discesa in piazza era autonoma, non guidata e – soprattutto – non monetizzata. Si scendeva in piazza per nobili e divine incazzature, non per la metropolitana gratuita a Roma. Il problema è che non ci si indigna più. La nostra indignazione dura il tempo di uno spot, 45 secondi al massimo. Forse aver sostituito il riflessivo “indignarsi” con il riflessivo “incazzarsi” ha diluito la nostra capacità di reazione di fronte alle più grandi porcate. Perché incazzarsi è più quotidiano, ci si incazza per un parcheggio non trovato, per una coda alla posta e anche per altre cose. Un tempo invece ci si indignava per cose più alte.

Che dire, non ci si indigna più, né a destra né a sinistra. Ci limitiamo (citando il Claudio Bisio dei tempi andati) ad incazzarci, ad aprire la finestra in piena notte, e ad emettere a pieni polmoni un “buh!” piccolino… giusto per non svegliare i vicini!

Pubblicato da Claudio

Una camera a gas

venerdì, marzo 19th, 2010

 

Ti telefono o no ti telefono o no?
(…)
mi telefoni o no mi telefoni o no?
(…)


Se lo saran chiesto gli intercettandi?
Che mi par quasi un fotoromanzo
di brutta fattura,
coi balloon sghimbesci lì a sparar bischerate,
non fosse che decidono di parte della nostra libertà
e, come ricorda Floris,
finiamo per perderla un pezzo alla volta, la libertà. 

Tra i balloon che tracimano
e le balle che girano,
tocca pure leggere certe esternazioni:
«Con tutto quello che ci fanno ne abbiamo le scatole piene».

Appunto.

 

.

Pubblicato da Annalisa

Fast and furious

venerdì, marzo 12th, 2010

Gli stimoli esterni ci modellano:
pensieri, risposte, linguaggio, abitudini, valori, tutto
è figlio della realtà, fuori, e di come la filtriamo, dentro.

Neanche la musica si sottrae alla regola
e ci segna, plasma, spesso rende migliori (più acuti, laboriosi, attenti,
pronti agli acquisti, proni alle voglie),
ma alle volte peggiori:
la musica che gira intorno
può incoraggiare pensieri e atteggiamenti aggressivi,
specie nelle canzoni ispirate a comportamenti antisociali,
grondanti aggressività,
a partire da un linguaggio offensivo e avvilente. 

Sono i pareri di Wayne Warburton,
psicologo della Macquarie University di Sidney,
ed è perciò conseguente l’iniziativa di promuovere,
come frutto di ricerca trentennale,
una conferenza che si terrà il prossimo 19 marzo
e farà il punto su giovani e media.
Titolo: Growing up fast and furious: Reviewing the impacts
of violent and sexualised media on children. 

Si, perché alla musica che imprigiona nella violenza
possono rispondere certi media, propone Warburton, che,
a sua detta, incarnerebbero
“modelli responsabili e didattici,
d’informazione e sensibilizzazione ai problemi dei giovani
e delle persone in genere;
promuovendo al tempo stesso la socialità e la solidarietà”.

Si capisce che il riferimento sia ai media australiani,
ché qui, giovani o no,
c’è poco da sensibilizzare.
E perché fingersi scandalo sul testo di Cristicchi
o sulla coca di Morgan
quando poi, media piacendo,
politica, cronaca, intrattenimento è splatter?

Pubblicato da Annalisa

Le parole sono pietre

domenica, marzo 7th, 2010

Il mio primo post. Come superare l’emozione e la paura? Facendo appello ad un grande scrittore e a un nonno saggio.

E quindi eccomi qua, con il titolo preso da un bellissimo libro del 1955 di Carlo Levi, che era anche la frase preferita di mio nonno Mario. Me la ripeteva sempre, soprattutto quando parlavo a sproposito. Per lui, analfabeta che aveva imparato a leggere e a scrivere a 60 anni, ogni parola doveva essere ragionata, metabolizzata e usata esattamente per il suo significato. Infatti parlava poco, mio nonno, ed era parco anche sullo scrivere. Ma quello che ha detto e scritto lo ricordo ancora oggi, a distanza di quasi 40 anni.

Chissà cosa avrebbe detto oggi, tempo in cui le parole si sprecano, si negano appena dopo averle dette, si sovrappongono, si usano per dire l’opposto? Cosa avrebbe pensato, in questa cacofonia di messaggi, dove neanche più chi usa la parola per mestiere la utilizza per quello che è?

Forse niente. Fedele al motto di Carlo Levi, non avrebbe detto niente. Chiuso in un silenzio, anche lui pesante come una pietra.

Del resto, “pietra” era la metafora preferita di mio nonno. Perché la pietra è tangibile, la puoi usare, e mio nonno amava costruire, amava usare le mani. Per questo amava scrivere, sempre ricordando che anche le parole sono pietre. Possono costruire, e possono fare male.

Pubblicato da Claudio

Farsi capire

venerdì, giugno 12th, 2009

“Quante cose stanno in una valigia?
Dipende dall’ampiezza della valigia,
da come ce le mettete (ammucchiate, piegate per bene, incastrate) e da
quanto le pigiate. Dipende anche dalle condizioni in cui volete trovarle al
vostro arrivo
e da quanto siete disposti a trascinare una valigia pesante.
Ma potete anche decidere di andare in giro con una valigia vuota, giusto
per non fare la figura di viaggiare senza bagaglio.
Con un testo è lo stesso. Dentro ci può essere niente. Se decidete invece
di riempirlo di cose…”.

E’ soltanto un estratto dalla nuova edizione di “Farsi capire” di Annamaria Testa.
L’ho scoperto ieri leggendo un post di Luisa Carrada:
http://mestierediscrivere.splinder.com/post/20731537/Farsi+capire,+otto+anni+dopo
427 pagine in edizione RizzoliBUR: comprato ieri sera, sfogliato al volo e pronto per essere letto pian piano.

Pubblicato da Lucia