Articoli marcati con tag ‘letteratura’

La ninna nanna di Ilse

mercoledì, gennaio 28th, 2015

In occasione della Giornata della Memoria, appena trascorsa, voglio condividere con voi una struggente poesia di ILSE WEBER, intellettuale ceca di formazione tedesca, autrice affermata di letteratura per bambini e programmi radiofonici dove era solita recitare fiabe, prigioniera nel ghetto di Theresiendtadt. Arrivata ad Auschwitz, al capolinea del treno su cui ella era salita volontariamente per non abbandonare i piccoli malati dei quali volle occuparsi a Theresiendtadt e pienamente consapevole della sorte che l’attendeva, venne riconosciuta da un detenuto che, vedendola consolare i suoi bambini messi in fila davanti alle docce, le si avvicinò. Proprio a lui Ilse chiese: “È vero che possiamo fare la doccia dopo il viaggio?”. Egli non volle mentirle e rispose: ”No, questa non è una doccia, è una camera a gas e ora ti do un consiglio. Ti ho spesso sentito cantare nell’infermeria. Entra con i bambini cantando nella camera a gas il più in fretta possibile. Siediti con i bambini per terra e continua a cantare. Canta con loro ciò che hai sempre cantato. Così inalerete il gas più velocemente, altrimenti verrete uccisi dagli altri quando scoppierà il panico”. La reazione di Ilse fu strana. Rise, come assente, abbracciò uno dei suoi bambini e disse: “Allora non faremo la doccia”.

La canzone che cantò insieme al figlio Tommy e agli altri bambini quel 6 ottobre 1944, entrando nelle docce della morte fu una sua ninna nanna: Wiegala. Da quel giorno, questa ninna nanna venne cantata da altri bambini prima di entrare nei gas di Auschwitz e rimase nella memoria dei
sopravvissuti come simbolo del massacro degli innocenti.

 

Piccola ninna nanna

La notte s’insinua pian piano nel ghetto
nera e muta.
Prendi sonno, scorda il mondo tutt’intorno.
Abbandona al mio braccio il tuo capo piccino,
si dorme di gusto e al caldo con la mamma vicino.
Dormi, di notte tanto può avvenire,
di notte tutto l’affanno può svanire.
Figlio mio, vedrai:
un giorno, al tuo risveglio, la pace troverai.

 

 

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Pubblicato da Maria Rita Stefanini

Il Turbamento e la Scrittura

domenica, maggio 18th, 2014

 

Il Turbamento e la Scrittura - Saggi raccolti da Giulio Ferroni - a cura della Fondazione Mario Tobino

 

La follia, l’alienazione, la nevrosi, la sofferenza psichica hanno da sempre ispirato pagine bellissime, toccanti e molto drammatiche, da Svevo a Pirandello, da Baudelaire a Dostoevskij, da Gadda a Berto, da Alda Merini fino ad arrivare a Mario Tobino, pagine che hanno cercato di dare voce al dolore e al tormento, all’inquietudine e all’infelicità, alla deviazione e alla rottura, al senso di assenza e al disagio morale, alla solitudine e alla depressione, figli del mal de vivre, che caratterizzano la condizione umana e ci accompagnano nei rapporti con il mondo. E proprio le opere di questi scrittori sono diventate specchio dell’immaginario collettivo sul disagio mentale e hanno contribuito non solo alla sua conoscenza ma anche al suo approfondimento, testimoniando così la condanna e l’incomprensione della società nei confronti di colui che appare “diverso”. Proprio in onore del grande psichiatra e scrittore Mario Tobino, nasce “Il turbamento e la scrittura” (2010), un bellissimo volume, curato dalla Fondazione Mario Tobino e che raccoglie i saggi presentati al convegno che dà il titolo al libro, svoltosi a Lucca nel dicembre 2008. Un libro doloroso, difficile, importante che racconta, con l’intreccio di voci diverse – e con tre contributi di scrittori contemporanei – l’esperienza della malattia mentale, come viene percepita, compresa, esaminata e vissuta sia nel quadro clinico che nella letteratura, un libro che fa rivivere la figura di Mario Tobino, grande guru della psichiatria moderna, nato a Viareggio nel 1910, ma lucchese di adozione, aveva infatti vissuto gran parte della sua vita nella località di Maggiano, occupando due stanze adibite ad abitazione, all’interno del manicomio da lui diretto, un uomo di grande sensibilità che ha avuto un unico scopo nella sua vita, la cura e l’amore per i suoi malati:

“La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe e tramonti e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento sono ritornato. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare”.

[“Le Libere Donne di Magliano” (1953)]

 

 

Mario Tobino

 

http://www.fondazionemariotobino.it/

Pubblicato da Maria Rita Stefanini

Elogio dell’anomalia

mercoledì, dicembre 8th, 2010

Il sostantivo “anomalia” è normalmente associato a qualcosa di negativo, a qualcosa da combattere o comunque da evitare: malattie, bugs informatici e, purtroppo, anche fenomeni sociali o comportamentali di minoranze o di singoli individui che la “società” non riconosce come legittimi.
Nel corso della plurimillenaria storia umana, però, il termine “anomalia” ha invece assunto una valenza positiva, di progresso, di miglioramento delle condizioni di vita materiali e spirituali.
Purtroppo, siamo abituati a considerare questi progressi nella semplice eppur fondata logica del cambiamento, senza considerare che ogni cambiamento è di per sé un’anomalia rispetto al preesistente e alla cultura e mentalità in cui esso interviene.
Pensiamo un attimo alla scienza: ogni scoperta scientifica è un’anomalia rispetto al corpus di conoscenze fino a quel momento considerato valido. La fisica, l’astronomia, la chimica, la biologia, la medicina non progredirebbero senza anomalie.
Lo stesso dicasi per le conoscenze filosofiche e storiche.
Anche per l’arte, tout court, va fatto lo stesso discorso: i più grandi scrittori, poeti, musicisti, pittori, scultori, architetti sono stati grandi proprio perché hanno portato qualcosa di nuovo, che spesso rovesciava i canoni artistici dell’epoca; hanno cioè introdotto delle anomalie. Creative e positive, naturalmente.
Ecco, quello che differenzia una società viva e aperta al futuro da una chiusa e retriva è il diverso atteggiamento verso l’anomalia: la società sana la accoglie, perché sa mettere se stessa sempre in discussione; quella malata la rifiuta, la sospinge nella clandestinità, perseguita (spesso in modo violento) i paladini del nuovo. La società sana è tollerante, quella malata è intollerante.
Ovviamente, non tutto il vecchio è da buttare, anzi, una società solida e civile cambia inserendo le cose nuove in quelle vecchie, armonizzando il tutto.
Ma questo, ovviamente, è un discorso che esula l’argomento di questo post.

Pubblicato da Gian Contardo

La voce delle donne

giovedì, ottobre 8th, 2009

” Oh, le parole prigioniere

che battono, battono

furiosamente

alla porta dell’ anima

che a palmo a palmo

spietatamente si chiude “.

 

                                                   ” La porta che si chiude ”

                                                          (Antonia Pozzi)

 

Nel corso degli anni, innumerevoli sono state le lotte delle donne per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro, conquistare i loro diritti e affermare la loro libertà, e soprattutto rivendicare il loro essere individui tra gli individui. Seppur con molta difficoltà, le donne sono riuscite a imporsi negli ambiti più disparati e a “ridisegnare” la loro immagine e il loro ruolo nella famiglia e nella società, anche se c’è ancora molto da fare. Tra mille difficoltà, scetticismo, ostilità e pregiudizi le donne sono riuscite a conquistare uno spazio importante anche nella letteratura solo dalla fine dell’ 800 in poi e ad affermarsi nel mercato dell’ editoria. Quando si parla della relazione che le donne hanno con la scrittura, una delle forme di potere più forti ed efficaci, ci si scontra con alcuni interrogativi e ci si chiede se esista un punto di vista femminile, se le donne scrivano in maniera diversa dagli uomini e quali siano le peculiarità principali della scrittura femminile. Quesiti che la critica affronta da tempo e a cui tenta di dare una risposta, avanzando diverse ipotesi. La cosa certa è che in passato, le donne sono state prigioniere di una tradizione che sembrava non interessarsi alla loro voce e dopo secoli di silenzio ed emarginazione, il loro viaggio alla conquista di un linguaggio che consentisse loro di esprimersi non è stato così facile: è il caso di Sibilla Aleramo, Ada Negri, Grazia Deledda, Neera, Antonia Pozzi e molte altre grandissime scrittrici e poetesse, donne dalla forte personalità che hanno avuto il coraggio di rompere gli schemi tradizionali a testimoniare il bisogno di comunicare e imporsi come individui prima ancora che come scrittrici. Le loro opere non sono altro che la diretta conseguenza di un passato di isolamento e solitudine al centro delle quali c’è una ricerca profonda e cosciente dell’ identità, quell’ identità negata alle donne da anni e anni di discriminazione. Parola e identità che molte hanno conquistato a caro prezzo: molte di loro si sono trovate intrappolate in eterni conflitti interiori sfociati nella follia che conduce al suicidio, com’ è accaduto alla scrittrice e poetessa statunitense Anne Sexton, paladina della libertà, irriverente e irrequieta che ha pagato con la vita le sue scelte estreme.

Pubblicato da Maria Rita Stefanini