Articoli marcati con tag ‘maestri’

Ei fu e sempre… Saràmago

domenica, giugno 20th, 2010

Come quando il sole sarà sul punto di spegnersi,
quando gli uomini si diranno l’un l’altro,
Stiamo perdendo la vista, senza sapere che gli occhi,
a loro,
non servono più a niente.

Così i suoi, ora. Spenti.
Accese, restano le sue pagine, tra le più magiche che conosca…

Inchiodati alla punteggiatura,
a pe(n)sar le frasi: troppo brevi, troppo l u n g h e.
Poi lo si incontra e…

Del suo corpus? Beh, prendete e leggetene tutti.

Se fossimo così imprudenti, o così audaci, come le farfalle,
le falene e altri lepidotteri, e ci lanciassimo nel fuoco
tutti insieme, la specie umana in blocco, può darsi
che una combustione così enorme, un simile
chiarore, attraversando le palpebre di Dio,
lo desterebbe dal suo sonno letargico,
troppo tardi per conoscerci, questo
è vero, ma ancora in tempo per
vedere i
l principio del nulla
,
dopo la nostra scomparsa.

Adeus José

Pubblicato da Franco

Qui lo dico. E non lo nego

sabato, maggio 1st, 2010

È qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini?
io lo nego.
Se quasi mai [...] la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini
dipende solo dal modo in cui la cultura si è manifestata.
Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori,
ha scoperto continenti e costruito macchine,
ma non si è identificata con la società,
non ha governato con la società,
non ha condotto eserciti per la società.

Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori?
Dallo spettacolo di ciò che l’uomo soffre nella società.
L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre.
E che cosa fa la cultura per l’uomo che soffre? Cerca di consolarlo. [...]
Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze
invece di limitarsi a consolarlo?

Una cultura che le impedisca,
che le scongiuri,
che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù,
e a vincere il bisogno,
questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura.

(E. Vittorini, da Il Politecnico, n. 1, settembre 1945)

Buon Primo Maggio.

Pubblicato da Annalisa

Quella gioia disperata dello scrivere

venerdì, gennaio 29th, 2010

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia,
magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato,
e com’è stata la mia infanzia schifa [... ] e tutte quelle baggianate
alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne». 

Questo è l’esordio de Il giovane Holden

Tra le righe in ricordo di Jerome David Salinger
ce ne sono alcune che me ne restituiscono un ritratto definitivo,
inequivocabile,
e sono quelle scritte stamani su la Repubblica
da Gabriele Romagnoli. 

Dicono di un uomo assetato di conferme,
come tutti, fino a quando il suo capolavoro
non lo sopraffece
e gli rese pian piano chiara la differenza
tra scrivere per essere letti
e per assecondare il proprio daimon.

Dicono di un uomo con le sue infelicità e i suoi istinti,
come tutti, ma con un solo momento
che lo rende differente:

«uno solo in cui non si tortura per nulla,
non insegue niente e nessuno,
ma si concede un attimo di pura grazia
(e ogni uomo ne ha uno, ma a volte passa la vita
senza scoprirselo): è quando scrive.
J.D. Salinger che scrive,
non J.D. Salinger dentro un libro nelle tue mani».

In questa lettura,
che Salinger abbia passato il resto della sua vita nascosto
in mezzo al nulla,
se abbia o no riempito bauli di testi incompiuti o perfetti
è  ininfluente.
In questa lettura vince il rispetto,
a onta di ogni clamore.

Pubblicato da Annalisa

Egopatia dominante

lunedì, gennaio 18th, 2010

Che Stefano Bartezzaghi sia un maestro si sa.
E nel Lapsus* di stamani definirlo arguto
è dire poco. Vi discorre dello stato del Montenegro
e del benefico caso che ha voluto gli fosse assegnato
il dominio Internet “.me“.

Quale azienda montenegrina
si perderebbe l’occasione di un allettante naming
che in autologo peana incantasse il navigatore
brandendolo tra le Scilla e Cariddi di un “write.me”,
“youand.me” e chi più ne ha
più ne metta?

Nessuna. A noi tocca, invece, quel puntuto “.it
che giusto giusto evoca Jackson (beat.it)
e scettici (idontbelieve.it).

E il “.tu”? Esiste il dominio .tu?
si chiede Bartezzaghi, e lì a snocciolare
ipotesi per siti di socializzazione (dammidel.tu),
amori musicali in corso (ancora.tu)
e garrule esortazioni (evaialcinevacci.tu).

Non esiste il dominio “.tu”,
o comunque nessuno lo occupa.
Strano mondo, il web, tutti a teorizzare di relazione
e, appena possibile, giù a pigolare un io io io io io…

 

* da «La Repubblica», 18/01/10, p.37
Pubblicato da Annalisa

Give peace a chance

giovedì, novembre 19th, 2009

Peace cannot be kept by force.
It can only be achieved by understanding.

Albert Einstein la pensava così
e così la pensa Umberto Veronesi, convinto che la scienza
sia un «linguaggio universale, capace come la musica,
l’arte e l’amore di farsi capire in ogni luogo del pianeta»
e che l’uomo sia «pacifico, sta scritto nel suo Dna» >> 

Da stamani e per tre giorni Science for Peace
fa riflettere Milano, e con lei il mondo che vorrà ascoltare e impegnarsi,
sulla pace.

 

Pubblicato da Annalisa

Cosa vuol dire libertà*

venerdì, ottobre 2nd, 2009

4 secoli fa nascevano i primi giornali,
220 anni fa nasceva la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo
e del Cittadino,
140 anni fa, oggi, nasceva Gandhi
e oggi è la giornata internazionale della non violenza. 

L’articolo 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo
e del Cittadino scrive così:
«La libre communication des pensées et des opinions
est un des droits les plus précieux de l’Homme:
tout Citoyen peut donc parler, écrire,
imprimer librement,
sauf à répondre
de l’abus de cette liberté
dans les cas déterminés par la Loi».
Peccato per quei farabutti di francesi che osarono tanto:
non potranno esserci, domani.

Peccato anche per quei gaglioffi
che in Virginia si misero a pontificare:
«The freedom of the press
is one of the great bulwarks of liberty,
and can never be restrained
but by despotic governments».
Anche loro non potranno essere a Roma, domani,
alla Manifestazione per la libertà d’informazione.
Perché queste frasche sono del 1776.

140 anni fa, oggi, nasceva Gandhi;
oggi è la giornata internazionale della non violenza.
Bisogna esplicitare qualcos’altro?
No.
Il comune nemico è l’arroganza del potere.

 «Il vero democratico è colui che difende
con mezzi puramente nonviolenti la sua libertà
e perciò quella del suo paese
e in definitiva quella dell’intera umanità».
(Mohandas Karamchand Gandhi)

  

*Cosa vuol dire libertà lo spiega bene Saviano, oggi, su Repubblica.

Pubblicato da Annalisa

C’è di mezzo il mare

giovedì, settembre 10th, 2009

Ho letto con passione, in ogni senso,
il discorso indirizzato dal presidente Obama agli studenti
in apertura dell’anno scolastico.
L’ho letto e lo leggerò ai miei allievi,
e mi interesserà capire se e da cosa si sentiranno toccati.

Di quel discorso mi sprona soprattutto l’idea di responsabilità:
ricorre in vari passaggi chiave
e poi mi piace, questa parola,
vicina com’è al concetto di consapevolezza e libero arbitrio.

La responsabilità, dal latino respondēre,
è la capacità appunto di rispondere dei propri comportamenti,
accettandone le conseguenze. 

Il termine responsibility, ce lo ricorda l’enciclopedia Treccani,  
compare negli ultimi decenni del XVIII secolo,
e assume particolare rilievo negli articoli de Il federalista,
scritti per difendere la Costituzione americana.
Agli statunitensi la responsabilità sta dunque a cuore:
il concetto di responsabilità del governo compare dalla nascita
della nazione e l’accompagna nel suo percorso,
per indicare che il governo americano deve rispondere
del proprio operato al popolo.

M.Weber in Politik als Beruf introdusse una distinzione sagace
tra etica delle intenzioni ed etica della responsabilità:
la prima è di chi segue i principi della morale, gli ideali,
ridimensionando le conseguenze della propria azione;
la seconda, invece, è di chi presta attenzione
alle conseguenze.
Per Weber, solo questa seconda etica
è veramente politica,
poiché la politica non può prescindere dai risultati di ciò che fa. 

Ho letto con passione, in tutte le accezioni,
il discorso del presidente degli Stati Uniti agli studenti.
Passione perché oltreoceano hanno Obama,
qui invece da una parte principi e intenzioni
(vivaddio), dall’altra condiscesa ir-responsabilità.

Auguri.

Pubblicato da Annalisa

La stecca nel coro

martedì, aprile 21st, 2009

(o Sulla vocazione del servitore)

Dall’ indagine svolta
da uno dei più seri istituti di ricerche demografiche,
lo svizzero Scope, risulta che la professione più ammirata

e rispettata, nel mondo, è quella dei medici.
I giornalisti sono al penultimo posto.
Ce ne sentiremmo profondamente avviliti

se all’ultimo non vedessimo catalogati gli editori,
scriveva nel 1978
Indro Montanelli,
il toscanaccio che di settant’anni di vita italiana e mondiale
è stato inconfondibile interprete.

non per calcolo ma per slancio.
Non si aggregava, e non mutava gabbana:

sempre la stessa.
Cambiava itinerario, perché gli pareva più giusto.
L’offesa più cattiva che gli ho sentita pronunciare:
«Gli è un bischeraccio».
Così lo
ricordava Enzo Biagi,
quasi a giustificarne le scelte controverse,
scelte espresse anche in un’
intervista ormai memorabile,
il cui testo integrale si può leggere
qui, a pagina 38.lezione di Montanelli all’Università di Torino:
lezione di giornalismo.

Poco importa che l’occasione
sia offerta dal centenario, oggi, della nascita del nostro.
Poco importa, perché l’argomento è stringente tuttora,
quando a lezione di giornalismo potrebbero tornare in molti.
Tutti quelli, ad esempio, che hanno dimenticato
quanto infida sia la rima con servilismo.

.

Ogni tanto cambiava opinione:

«La Stampa», qualche giorno fa, ha messo on line
il testo dell’ultima

Pubblicato da Annalisa

Il peccato editoriale

martedì, marzo 17th, 2009


Scrivere è diventato, assai più che in passato,
una questione di controllo, di misura,
di talento nel nascondere, di distacco.

Così Alessandro Baricco stamani a p.45 di «Repubblica».

L’affermazione nasce dall’osservare come
una raccolta di Raymond Carver, Principianti,
venne trasformata dall’editor Gordon Lish
in un libro nuovo:
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.

Tra i due testi, ora confrontabili
grazie alla pubblicazione dell’originale di Carver,
c’è qualcosa di più della lettura di un abile editor:
c’è la fatica nera di correzioni che
oltre a tagliare, costruivano uno stile.

Baricco è chiaro: quel libro che Gordon Lish
trasformò, senza aspirare allo statuto di co-autore,
quel libro che unanimemente fece parlare di Carver
come padre del minimalismo letterario,
ha poco di Carver.

Meglio:
i suoi personaggi, prima dell’intervento di Lish,
piangono, hanno emozioni, pensano pensieri leggibili,
tradiscono posizioni morali.
Si constata che spesso le storie di Carver
avevano un vero finale,
e che l’invenzione di storie sospese nel nulla
che si spengono bruscamente
e senza apoteosi finale è in gran parte
figlia di Lish
.

Traduttore-traditore è binomio fin troppo usurato,
ma chiedersi quanto scandagliare
il rapporto tra scrittore ed editor
è un percorso intrigante.
Accettare il tradimento pare inevitabile:
la soggettività stessa delle parole,
le variazioni connotative, i colorismi aggettivali,
i ritmi e poi i quadri della sintassi
ce lo fanno intuire.

Ma è questione di proporzioni.
In questo caso, sostanziali.
Scrive Philip Roth nella quarta di copertina:
Mai opera narrativa ebbe meno bisogno di revisioni.

E quindi?
Carver continuò a scrivere sottraendosi
al tutoraggio despota di Lish, ma certo
facendo anche tesoro dei suoi insegnamenti.

Un confronto tra testo 1 e testo 2,
suggerisce allora Baricco,
offre una reperto archeologico pressoché unico,
e di enorme interesse:
è come scoprire i diversi strati di fondazione

di una città antica.

E aggiunge: si potrebbe dire
che […] l’accelerata in avanti,
nella direzione di una superiore

freddezza-velocità-mutismo,
la diede senz’altro Lish, e fu, dunque,

un’accelerata nata in laboratorio
[…] nacque della fusione tra creazione pura
e lavorazione industriale.

Da allora, dal conio di quel modello,
una superiore freddezza,
e un mutismo quasi sacerdotale,
sono divenuti un valore riconosciuto
e pressoché stabilizzato dello scrivere letterario

[…]
Non so giudicare una svolta del genere:
ma so che conoscere la sua genesi,
e il peccato originale che la generò,
potrebbe aiutarci in qualche modo a capire meglio
cosa scriviamo e cosa leggiamo oggi
.
.

Pubblicato da Annalisa

Lineette e puntini

venerdì, dicembre 26th, 2008

«A Londra hanno messo in scena due miei lavori completi.
Il primo ha ‘tenuto’ una settimana, il secondo un anno.
Tra i due ci sono, naturalmente, delle differenze.
In Il compleanno ho impiegato delle lineette fra le espressioni,
in Il guardiano ho so­stituito le lineette con dei puntini.
Si può dedurre, pertanto, che i puntini hanno mag­giore
successo delle lineette.
Il fatto che in nessun caso si possano sentire
durante lo spettacolo lineette e puntini,
è una questione secondaria.
Non si devono gabbare i cri­tici troppo a lungo.
Sanno distinguere un puntino da una lineetta
a un miglio di distan­za,
anche se non sentono né l’uno né l’altra».
Harold Pinter

Accolgo questa citazione da Il Messaggero
e la riporto qui,
perché, tra gli altri ricordi interessanti,
l’articolo rammenta le motivazioni dell’assegnazione a Pinter,
nel 2005, del Nobel per la letteratura:
“who in his plays uncovers the precipice
under everyday prattle
and forces entry into oppression’s closed rooms”:
scoprire il baratro sotto le chiacchiere di ogni giorno…
Qualcosa da aggiungere?

Buon 2009.
.

Pubblicato da Annalisa