Articoli marcati con tag ‘parole discrete’

Sensibilità diatopiche?

venerdì, aprile 20th, 2012


Oggi  è il blogging day indetto dall’Aied
per dire no alla violenza sulle donne, qualunque forma assuma.
Fino al 28 aprile vengono raccolti contributi sul tema,
ossia proposte, progetti concreti che sintetizzino una consapevolezza comune
e la incanalino verso un cambiamento radicale.

Oggi incontro un articolo dell’edizione fiorentina di «Repubblica»
e leggo di un badge che riproduce la carta di fidelizzazione
della Rinascente.
La riproduce con la scritta a tutto campo:
Averla è facile. Chiedimi come.
Il badge è appuntato sul petto delle commesse.

Pare che la protesta per il bolso doppio senso sia nata solo a Firenze
per onere di alcune temerarie,
giacché la responsabile della comunicazione di Milano,
da quanto riferisce il quotidiano, dichiara di essere stupita
e di non aver ricevuto nessuna protesta da altre parti d’Italia.
Fatto sta che la protesta «mi sembra pretestuosa – aggiunge –
sono una donna anch’io ma non mi sarebbe mai venuto in mente».

Che i toscani siano geneticamente più salaci ci sta,
ma quel «Averla è facile. Chiedimi come»
pare così universalmente banale da superare immune ogni barriera geografica.
O no?

 

Pubblicato da annalisa pardini

Maneggiare con cura

martedì, gennaio 31st, 2012

“Basta!” m’interruppe. “Lei è giovane: faccia da sé.
I gio­vani debbono fare da sé. Aiutarli è un delitto.
Io oggi di­rigo cento affari grossissimi: ebbene, ho fatto tutto da me,
dal nulla. Nessuno mi ha mai aiutato. Io sono figlio delle mie azioni…”.
S’interruppe, e con aria svagata d’un tratto s’alzò,
andò verso lo scaffale, e guardando ai cartoni mormorava
af­fettuosamente: “Mamma, mamma…”
Io repressi il riso, e con aria innocente domandai:
“Per­ché dice “mamma mamma” a quei cartoni?”
“Io dico “mamma mamma” a quei cartoni?…
Chi sa, qualche volta sono distratto.
Lei non ha idea: troppi affa­ri, ho troppi affari.
La mia testa è un vulcano”.
M’alzai e detti un balzo indietro spaventatissimo.
Infat­ti un torbido pennacchio di fumo gli sgorgò dalla testa.
Avevo raggiunto l’uscio. Mi voltai un momento,
a tempo per vedere un nugolo di faville e sputi di lava al soffitto
con un rumore di pesce a friggere.

Da un racconto di Massimo Bontempelli alla realtà:

Usa, turisti inglesi rispediti a casa per un tweet
Ironia su Twitter: «Distruggiamo l’America».
E fermano la coppia in aeroporto

Sorrido e mi diverto.
Le parole sono importanti, come dimenticarlo?!

 

Pubblicato da annalisa pardini

Inciampati nei surrogati

venerdì, gennaio 27th, 2012

Ieri incontro su un quotidiano la locuzione “potere di surroga
e voglio capire meglio cosa sia.
Come spesso accade, a schiudere lo scrigno di una parola si apre un mondo:
diritto civile, economia, assicurazioni, burocrazia,
ognuna ha la propria accezione del termine e delle sue varianti:
surrogazione, surrogamento, surrogato.

Sfumature, s’intende, ché l’etimo è sempre quello:
domandare, proporre in sostituzione, in successione.
Ed è palpabile la difficoltà con cui si entra, talvolta, in questa parola,
come il delicato esempio delle madri surrogate fa intuire.

Si tocca con i guanti perché è noto più o meno a tutti che,
in certi momenti della vita,
siamo inciampati nei surrogati.  Alimentari o meno,
ci siamo trovati a sostituire qualcosa che ci garbava molto,
forse anche qualcuno.
E il surrogato è divenuto ombra del desiderio,
feticcio del “vorrei ma non posso”.
Triste parola, il surrogato.

 

Pubblicato da annalisa pardini

Chi potrebbe descrivere dettagliatamente tutte le frodi che si commettevano in questo alveare?

martedì, gennaio 10th, 2012

All’inizio di un secolo rivoluzionario, il 1700,
fu pubblicato dapprima anonimo, poi firmato dal suo autore,
Bernard de Mandeville, un testo controverso:
The grumbling Hive or Knaves turn’d honest,
in italiano L’alveare scontento ovvero I furfanti divenuti onesti,
in seguito più volte riedito con il titolo La favola delle api.

L’opera accese allora coloriti dibattiti. Ancor oggi alcuni vi vedono
tratteggiato un panegirico, in anticipo sui tempi,
dell’economia liberista. È interessante leggerla.
Cortina, Abano: nuove cronache, vecchie storie.

 

Pubblicato da annalisa pardini

Non è una coperta

lunedì, giugno 21st, 2010

Scalfari e i nuovi barbari,
stasera su Otto e mezzo,
ci han ricordato tra le idee anche il globish,
il nuovo inglese che in 1.500 parole
condenserebbe le 7 mila di un tabloid popolare,
le 40 mila di un giornale colto,
il mezzo milione di un buon dizionario
e il milione dell’inglese tradizionale.

Già, perché il global english,
usato correntemente da 4 miliardi di persone,
rudimentale, semplificato, all’osso,
con le sue millecinquecento parole abbatte barriere
e divisioni, e fa c o m u n i c a r e!

Come comunichi in millecinquecento parole
però, sì: vale la pena chiedertelo.
Comunichi sintassi semplici e pensieri fatalmente poco articolati
per dirla come Bartezzaghi, qualche giorno fa, su Repubblica.

Dell’equivalenza parole = pensieri
qui parliamo spesso,
e non ho voglia di tornarci, ora
che l’esame di maturità sta per scoccare.
Ci penserò domani,
quando leggerò le tracce
e come ogni anno vedrò facce lì fatalmente accaldate a cercare
pensieri e parole.

Sì, perché invece del solito, compulsivo, inutile
smanettamento alla ricerca della traccia che non c’è,
mi piacerebbe casomai che i maturandi si dessero
magari una ripassata al dizionario, qua e là,
tra un abbaglio e uno zufolo,
per intrecciare qualche filo di parole, qualche rete neuronale,
qualche testo, che poi è tessuto,
ma non è una coperta, e
a maneggiarlo non ti scoprirà i piedi.
Giuro.

Pubblicato da annalisa pardini

Non immodificabili

venerdì, maggio 28th, 2010

Ragionare per categorie salva.
Salva dal sovraccarico emozionale, dall’affastellarsi dell’esperibile.
Nella filosofia kantiana, la categoria è addirittura una forma a priori
dell’intelletto: rende possibile la conoscenza.

Ragionare per categorie fa risparmiare.
È una generalizzazione,
e la generalizzazione permette di preservare energia.
Appartiene a quei processi di modellamento
che circoscrivono e plasmano le nostre rappresentazioni della realtà.
Anche quelle linguistiche.

Che la struttura superficiale del linguaggio,
cioè le parole che pronunciamo e scriviamo,
sia in stretta correlazione con i nostri pensieri,
la nostra visione del mondo, è assodato:
attenzione alle parole significa dunque attenzione ai pensieri.

Sarà per questo che certe parole
ci risultano urticanti.
Fastidiose, malsane, asfittiche, abusate.
Generalizzate. Troppo.

Ragionare per categorie può così anche confondere.
E che si parli di pupe, secchioni,
bionde, bamboccioni,
sì: ci tocca fino a un certo punto.

Perché è da quel punto in poi che la generalizzazione
si odia. O si ama.
Un esempio?
Sacrifici.

Pubblicato da annalisa pardini

Parole disabitate

lunedì, marzo 29th, 2010

 

Succede che, proteso verso l’altro
in un’ansia comunicativa,
qualunque ne sia il genere,
tu osservi, ascolti, calibri le parole,
soppesandole, somigliandole al tuo interlocutore,
e le pettini, accurate, dedicate,
pronte, messaggio in bottiglia,
ponte, come altre volte dicemmo,
da percorrere avanti e indrè,
tu e l’altro.

Succede che arrivino, ritornino,
tripudio, gaudio, sollazzo:
funziona!
Ma anche no.
E quando no,
tra 0 e 1 lo 0 è lì a maledirti:
la persona non c’è (c’è mai stata?), non vale più l’indirizzo,
ha cambiato parole.

Tu ti aggiri tra quinte di cartone,
d’un tratto osservi le parole e le vedi:
avanzi di una muta di cui resti solo la scorza,
sagome in un paesaggio postatomico,
silente.

E allora davvero ti domandi se
l’attenzione, la cura, la scelta
siano poi vane,
giacché hai pettinato parole
e bambole.

Pubblicato da annalisa pardini

E invece era un calesse

giovedì, novembre 12th, 2009

Da sempre sorrido alla capacità della parola di creare
qui pro quo:
malintesi, bucce di banana
dove pure agli esperti capita di scivolare.
Ne potrei fare collezione, anche privata,
testimone e partecipe di alcuni clamorosi fraintendimenti
tra persone che i principi della comunicazione li conoscono,
li insegnano, li praticano, ma non si salvano.

Non si salvano dal pantano della delusione,
dello spiazzamento, dal giramento di balle
o, viceversa, dall’ingrato ruolo del caprone che,
per quanto pontifichi, sbaglia.

Sbaglia?

La neurolinguistica affina la sensibilità alle parole,
spiega i passaggi dalle realtà alle percezioni, e poi
alle nostre parole singolarmente plasmate
per incanalare e infine trasmettere
quelle precise percezioni e realtà.
Con l’avverbio intendo proprio individuo per individuo
e dunque, per estensione, eccezionalmente,
ché ognuno sta solo sul cuor della terra
e consapevolezza, studi, benevolenza (se c’è)
mai potranno far coincidere individuali mappe della realtà
e pensieri e parole,
amen.

Così sorrido il doppio quando leggo
che negli uffici pubblici si dovrà essere gentili per norma:
per carità, l’intento è encomiabile.

(Si attendono corsi di cortesia
per presidenti, ministri, segretari e sotto, parlamentari,
giornalisti, presentatori, opinionisti, comparse,
docenti, discenti, imprenditori, dipendenti,
ristoratori, intrattenitori, chi più ne ha più ne metta,
cittadini compresi).

Pubblicato da annalisa pardini

Tale e quale (appunto)

giovedì, maggio 14th, 2009

Esce ierlaltro con «Libero»
Berlusconi tale e quale:
“Vita, conquiste
battaglie e passioni
di un uomo unico al mondo”
(e già lì pensi: fiuuuuuu).

Ne son previsti quindici
di fascicoli gratuiti (riporto alla lettera: è rilevante)
per conoscere la storia di “Silvio a prescindere
da Berlusconi”
.
Ce lo promette Vittorio Feltri
nel primo fascicolo,
e dicono ne siano già usciti altri due.

Oggi sfoglio il primo,
testé recapitato nella posta del mio parrucchiere (sic)
(all’uopo chiedersi se arriverà in tutte le cassette
o solo in quelle ad alta irradiazione),
dal titolo Quegli anni che non ho mai scordato
e vedo foto e didascalie consuetamente agiografiche:
Silvio con Veronica (in ritardo sulla maretta?),
coi primi e secondi primogeniti, secondogeniti, terzogenito,
con Putin in Sardegna, eccetera eccetera,
tutto nella norma.

Dunque mi chiedo:
dov’è il prescindere?
.

Pubblicato da annalisa pardini

Se vogliamo sciacquarci la bocca

sabato, marzo 28th, 2009

La locuzione da caserma
nell’accezione di “sboccato” e “scurrile”
l’affiancavamo spesso ai sostantivi tipo linguaggio
e discorso.
Insomma, un po’ come se la caserma fosse
il luogo deputato all’articolarsi del linguaggio
in volute becere:
tipico discorso da caserma, dicevamo
turandoci il naso
di fronte a certi olezzi verbali.

Ma, al di là che la locuzione oggi è
restrittiva,
stare al passo coi tempi ci invita anche
a dei distinguo:
che grado hai, nella caserma,
e a chi ti rivolgi?

Perché un “testa di cazzo!” al tuo parigrado
entra nelle premesse di cui sopra,
e vada,
ma se lo dici a un sottoposto sai che è?
Mobbing, stalking, chiamalo come vuoi,
comunque ingiuria, lesione «penalmente rilevante».

Ce lo dice la Cassazione,
e, dopo un moto prima di indugio e poi di soddisfazione,
ne prendiamo atto.
.

Pubblicato da annalisa pardini