Articoli marcati con tag ‘persone e parole’

Ad personam

martedì, agosto 10th, 2010

«Non bisogna avere paura delle parole altisonanti.
Esse non sono vuote; semplicemente, sono state abbandonate,
e vanno riabilitate».

James Hillman, Il codice dell’anima

Più che vuote, forse allontanate dall’etimo.
Sagomate, flesse, forzate.

Senza indugio, me ne viene in mente un tot.
Idiosincrasia personale?

Pubblicato da Annalisa

Non è una coperta

lunedì, giugno 21st, 2010

Scalfari e i nuovi barbari,
stasera su Otto e mezzo,
ci han ricordato tra le idee anche il globish,
il nuovo inglese che in 1.500 parole
condenserebbe le 7 mila di un tabloid popolare,
le 40 mila di un giornale colto,
il mezzo milione di un buon dizionario
e il milione dell’inglese tradizionale.

Già, perché il global english,
usato correntemente da 4 miliardi di persone,
rudimentale, semplificato, all’osso,
con le sue millecinquecento parole abbatte barriere
e divisioni, e fa c o m u n i c a r e!

Come comunichi in millecinquecento parole
però, sì: vale la pena chiedertelo.
Comunichi sintassi semplici e pensieri fatalmente poco articolati
per dirla come Bartezzaghi, qualche giorno fa, su Repubblica.

Dell’equivalenza parole = pensieri
qui parliamo spesso,
e non ho voglia di tornarci, ora
che l’esame di maturità sta per scoccare.
Ci penserò domani,
quando leggerò le tracce
e come ogni anno vedrò facce lì fatalmente accaldate a cercare
pensieri e parole.

Sì, perché invece del solito, compulsivo, inutile
smanettamento alla ricerca della traccia che non c’è,
mi piacerebbe casomai che i maturandi si dessero
magari una ripassata al dizionario, qua e là,
tra un abbaglio e uno zufolo,
per intrecciare qualche filo di parole, qualche rete neuronale,
qualche testo, che poi è tessuto,
ma non è una coperta, e
a maneggiarlo non ti scoprirà i piedi.
Giuro.

Pubblicato da Annalisa

Cucine e caròle

martedì, aprile 20th, 2010

Scorro la mail di un’amica,
arrivo a un blog che non conoscevo
penso a quest’altro, che abitualmente leggo,
confronto due spot di cucine,
come suggerisce il primo post.

Rifletto sul testo della cucina italiana,
tanto goffo da risultare grottesco,
e, paralleli con voce borotalcata toni pastello
arie da carillon a parte, il testo, proprio lui,
deprime.
A parlare è una donna in dolci caròle:

Lo immaginavo moro... e ho sposato un uomo biondo
...
Immaginavo una vita in città... e vivo in campagna
...
Immaginavo una figlia ballerina... e ho avuto due maschietti
...
Immaginavo di cantare... e ho studiato Legge
...
Immaginavo di realizzare tutti i miei sogni...
ed è stato così...
Per il tuo progetto,
scegli una cucina che ne faccia parte!

(sic)

Liberissimi di cambiare idea cammin facendo,
ma dei progetti iniziali di questa donna
non rimane traccia, se non per beffarda antitesi
(climax  imperdibile quando, leggiadra, accarezza
l’idea della bambina ballerina,
ed estrae dal borsone scarpe da calcio grondanti mota).

Ecco che l’idea di associare la cucina al progetto,
quando il progetto è platealmente disatteso
(mica convince l’ammissione finale, in aria soavemente beota)
par peregrina.

La cucina dovrebbe far parte del tuo progetto:
quale?
Il progetto passato è affossato,
il presente non ha alcuna apertura sul futuro
(dunque, semmai, perché progetto?)
a partire dai tempi verbali in cui resta, casomai,
la neanche troppo implicita algia del confronto col passato.
E allora?

Giganteggia l’ipotesi
che il claim sia un invito
a rimanere coi piedi per terra e circoscriversi:
sognare sogni sognabili.
Cucina = frustrazione
è l’improvvida conclusione.

Pubblicato da Annalisa

Parole disabitate

lunedì, marzo 29th, 2010

 

Succede che, proteso verso l’altro
in un’ansia comunicativa,
qualunque ne sia il genere,
tu osservi, ascolti, calibri le parole,
soppesandole, somigliandole al tuo interlocutore,
e le pettini, accurate, dedicate,
pronte, messaggio in bottiglia,
ponte, come altre volte dicemmo,
da percorrere avanti e indrè,
tu e l’altro.

Succede che arrivino, ritornino,
tripudio, gaudio, sollazzo:
funziona!
Ma anche no.
E quando no,
tra 0 e 1 lo 0 è lì a maledirti:
la persona non c’è (c’è mai stata?), non vale più l’indirizzo,
ha cambiato parole.

Tu ti aggiri tra quinte di cartone,
d’un tratto osservi le parole e le vedi:
avanzi di una muta di cui resti solo la scorza,
sagome in un paesaggio postatomico,
silente.

E allora davvero ti domandi se
l’attenzione, la cura, la scelta
siano poi vane,
giacché hai pettinato parole
e bambole.

Pubblicato da Annalisa

Piazza, bella piazza…

lunedì, marzo 22nd, 2010

“passa una lepre pazza”, continuava la canzone di Lolli. Ma nell’ultimo periodo, sembra che nelle piazze più che lepri pazze passi un po’ di tutto. Un avviso: questo post contiene parole un po’ forti (diciamo volgarità), quindi consiglio le persone sensibili di astenersi dalla lettura.

Ormai il richiamo alla piazza è diventato abitudine, per i campi avversi della politica italiana. E dire che un tempo “mettere tutto in piazza” significava (mi si passi il termine) sputtanare qualcuno, tirare fuori i segreti, le cose innominabili da tenere nascoste. Oramai, invece, si va in piazza e si dicono cose trite e ritrite, risapute e con tutta probabilità interiorizzate.

Esisteva una bel verbo, un tempo, che era “indignarsi”. Un tempo ci si indignava a lungo, e la discesa in piazza era autonoma, non guidata e – soprattutto – non monetizzata. Si scendeva in piazza per nobili e divine incazzature, non per la metropolitana gratuita a Roma. Il problema è che non ci si indigna più. La nostra indignazione dura il tempo di uno spot, 45 secondi al massimo. Forse aver sostituito il riflessivo “indignarsi” con il riflessivo “incazzarsi” ha diluito la nostra capacità di reazione di fronte alle più grandi porcate. Perché incazzarsi è più quotidiano, ci si incazza per un parcheggio non trovato, per una coda alla posta e anche per altre cose. Un tempo invece ci si indignava per cose più alte.

Che dire, non ci si indigna più, né a destra né a sinistra. Ci limitiamo (citando il Claudio Bisio dei tempi andati) ad incazzarci, ad aprire la finestra in piena notte, e ad emettere a pieni polmoni un “buh!” piccolino… giusto per non svegliare i vicini!

Pubblicato da Claudio

Urla mute

mercoledì, marzo 17th, 2010

A febbraio, al teatro San Babila di Milano, è andato in scena questo spettacolo, Urla mute. Uno spettacolo nato sul web dall’esperienza del sito www.aidweb.org, dedicato a tutti coloro che soffrono – o hanno parenti sofferenti – di malattie rare.

E’ incredibile vedere come il web abbia potuto dare voce e mettere in contatto persone che – per le industrie farmaceutiche e per la sanità in genere – sono considerate “poco interessanti”. Una malattia che affligge 1000 persone al mondo non può generare sufficienti introiti, quindi perché cercare a tutti i costi una cura?

Sono esperienze come queste che mi fanno apprezzare Internet, questa possibilità di creare comunità rompendo le barriere spazio-temporali, dando voce a chi sarebbe costretto a non averne.
Inoltre, amo e pratico il teatro da sempre, e lo vedo raggiungere le sue vette più alte quando nasce dal doloroso quotidiano, appropriandosi di mezzi che con lui sembrano condividere ben poco.

Se vi capita, consiglio a tutti lo spettacolo. E’ composto da brani di mail, post su forum ed estratti da chat. Da mestierante, per alcuni secondi all’inizio ho criticato dentro di me l’impostazione tecnica delle voci… poi le parole (sempre loro) hanno preso il sopravvento, rendendosi autonome da fiati e lingue, e colpendo dirette al cuore come lame affilate.

Pubblicato da Claudio

Lingua sessuata

domenica, febbraio 14th, 2010

Toccare la lingua è come toccare la persona stessa.

Non alludo all’organo
ma all’idioma,
e traggo la frase dalle Raccomandazioni per un uso non sessista
della lingua italiana, di Alma Sabatini.

Le Raccomandazioni fanno parte di un più ampio studio,
Il sessismo nella lingua italiana, elaborato
per la Presidenza del Consiglio dei ministri
e per la Commissione per la Parità e le Pari opportunità
tra uomo e donna.

Correva l’anno 1987.

Lo scopo di queste raccomandazioni è di suggerire alternative
compatibili con il sistema della lingua
per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana,
almeno quelle più suscettibili di cambiamento.
Il fine minimo che ci si propone è di dare visibilità linguistica alle donne
e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile.

Il fine minimo mi impressiona.
Mi impressiona tanto più pensando all’oggi,
come spesso accade tra queste pagine.

Cari candidati, care candidate
- leggo poi nella petizione on line ora promossa
dal Gruppo di studio Genere, lingua e politiche linguistiche -
vi proponiamo di riflettere sugli slogan e il linguaggio
che utilizzerete in campagna elettorale,
oltre che sulle politiche che proporrete e vi impegnerete a realizzare.
Il linguaggio non comunica solo un contenuto
ma rivela anche il modo di vedere la realtà,
e crediamo che non desideriate fraintendimenti da parte di chi vi voterà.
Vi chiediamo quindi rinnovare il vostro modo di rivolgervi all’elettorato
riferendovi esplicitamente anche alle donne e non solo agli uomini:
cominciate a parlare a elettori ed elettrici,
a scrivere a cittadini e cittadine,
a invitare persone e non più solo uomini.
Le donne non stanno più fuori della porta del seggio elettorale:
anzi, partecipano sempre più alla vita pubblica
e proprio per questo la loro presenza deve essere resa visibile
anche attraverso il linguaggio
[...]

Leggo, ricordo, firmo.

Pubblicato da Annalisa

Parole segrete

domenica, febbraio 7th, 2010

 

Non solo quelle custodite nei recessi dei potenti
e degli intimi,
e neppure le intonate nei conviti di ogni età,
lì a ricreare universi paralleli
d’arte e bellezza. 

Parole antiche centinaia di anni,
nate in Cina da donne analfabete,
nate come lingua della sopravvivenza
e diventate espressione di libertà:
Nushu,
linguaggio delle donne,
là dove la tradizione voleva fosse loro impedita ogni formazione,
ed essere lasciate in vita spesso era già il dono. 

Il 14 febbraio, quando da noi si martorierà San Valentino,
per il calendario lunare-solare cinese
sarà capodanno
e la più diffusa tivù privata della Cina trasmetterà
una leggenda:
pare che il primo manifesto anti-maschilista
dell’umanità sia stato scritto in Nushu
e racconti il dolore di una contadina che,
destinata suo malgrado al primo imperatore della dinastia Song,
ideò quella lingua per denunciare
“il dolore che mi impicca”
ma non smarrire  il contatto con la vita… 

Donne e imperatori, donne e uomini.
Allora, come ora, legate a un filo: un gesto, una parola,
un diniego.
Mai semplicemente donne innamorate.

Pubblicato da Annalisa

Quella gioia disperata dello scrivere

venerdì, gennaio 29th, 2010

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia,
magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato,
e com’è stata la mia infanzia schifa [... ] e tutte quelle baggianate
alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne». 

Questo è l’esordio de Il giovane Holden

Tra le righe in ricordo di Jerome David Salinger
ce ne sono alcune che me ne restituiscono un ritratto definitivo,
inequivocabile,
e sono quelle scritte stamani su la Repubblica
da Gabriele Romagnoli. 

Dicono di un uomo assetato di conferme,
come tutti, fino a quando il suo capolavoro
non lo sopraffece
e gli rese pian piano chiara la differenza
tra scrivere per essere letti
e per assecondare il proprio daimon.

Dicono di un uomo con le sue infelicità e i suoi istinti,
come tutti, ma con un solo momento
che lo rende differente:

«uno solo in cui non si tortura per nulla,
non insegue niente e nessuno,
ma si concede un attimo di pura grazia
(e ogni uomo ne ha uno, ma a volte passa la vita
senza scoprirselo): è quando scrive.
J.D. Salinger che scrive,
non J.D. Salinger dentro un libro nelle tue mani».

In questa lettura,
che Salinger abbia passato il resto della sua vita nascosto
in mezzo al nulla,
se abbia o no riempito bauli di testi incompiuti o perfetti
è  ininfluente.
In questa lettura vince il rispetto,
a onta di ogni clamore.

Pubblicato da Annalisa

2009 >> 2010

giovedì, dicembre 24th, 2009

Bene,
un altro anno è andato:
occorre metter ordine nelle idee, ci si dice, ma che
non sia affatto semplice pare manifesto
e  tangibile.

Forse l’ordine è come la porta chiusa?
equivale a recinto, dovere, impedimento, noia, o
sarà piuttosto l’età che incalza i desideri e
tutto ciò che fissa un contorno, un limite, sembra
erodere il nostro io?

Annaspo
nel consuntivo, ché già le parole “fine dell’anno”
non mi piacciono: forse è idiosincrasia. Ma
almeno una cosa è chiara:
indugiare su sinapsi di parole e idee con voi che passate
sa offrire senso e soddisfazioni. Così, come ogni anno:
auguri.

 

Pubblicato da Annalisa