Scorro la mail di un’amica,
arrivo a un blog che non conoscevo
penso a quest’altro, che abitualmente leggo,
confronto due spot di cucine,
come suggerisce il primo post.
Rifletto sul testo della cucina italiana,
tanto goffo da risultare grottesco,
e, paralleli con voce borotalcata toni pastello
arie da carillon a parte, il testo, proprio lui,
deprime.
A parlare è una donna in dolci caròle:
Lo immaginavo moro... e ho sposato un uomo biondo
...
Immaginavo una vita in città... e vivo in campagna
...
Immaginavo una figlia ballerina... e ho avuto due maschietti
...
Immaginavo di cantare... e ho studiato Legge
...
Immaginavo di realizzare tutti i miei sogni...
ed è stato così...
Per il tuo progetto,
scegli una cucina che ne faccia parte!
(sic)
Liberissimi di cambiare idea cammin facendo,
ma dei progetti iniziali di questa donna
non rimane traccia, se non per beffarda antitesi
(climax imperdibile quando, leggiadra, accarezza
l’idea della bambina ballerina,
ed estrae dal borsone scarpe da calcio grondanti mota).
Ecco che l’idea di associare la cucina al progetto,
quando il progetto è platealmente disatteso
(mica convince l’ammissione finale, in aria soavemente beota)
par peregrina.
La cucina dovrebbe far parte del tuo progetto:
quale?
Il progetto passato è affossato,
il presente non ha alcuna apertura sul futuro
(dunque, semmai, perché progetto?)
a partire dai tempi verbali in cui resta, casomai,
la neanche troppo implicita algia del confronto col passato.
E allora?
Giganteggia l’ipotesi
che il claim sia un invito
a rimanere coi piedi per terra e circoscriversi:
sognare sogni sognabili.
Cucina = frustrazione
è l’improvvida conclusione.
Pubblicato da
Annalisa