Articoli marcati con tag ‘tra le righe’

Dove il dente duole

giovedì, agosto 26th, 2010

 

In italiano,
e solo in italiano,
esiste un’espressione come «bella figura».

Pensateci: è una considerazione estetica
(bella figura, non buona impressione).

 

B. Severgnini, La testa degli italiani

Pubblicato da Annalisa

Ad personam

martedì, agosto 10th, 2010

«Non bisogna avere paura delle parole altisonanti.
Esse non sono vuote; semplicemente, sono state abbandonate,
e vanno riabilitate».

James Hillman, Il codice dell’anima

Più che vuote, forse allontanate dall’etimo.
Sagomate, flesse, forzate.

Senza indugio, me ne viene in mente un tot.
Idiosincrasia personale?

Pubblicato da Annalisa

Consigli per gli acquisti

sabato, luglio 31st, 2010

C’è parte di un documento imbarazzante,
quantomeno per efficacia comunicativa,
e c’è nome e cognome
di un neolaureato che offre a tariffe modiche
la propria consulenza
affinché scansino future figuracce,
oggi,
in una delle lettere ad Augias
su Repubblica.

Per Alessandro Carbonetti, cioè l’attento lettore,
a scansar l’onta dovrebbero essere i redattori
di un documento
dell’ufficio di presidenza del Pdl
che fa così:

“(…) Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilita’ di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilita’ che non e’ mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario (…)”.

Alessandro nota nel passo la nervosa ripetizione
di alcune parole e lo scivoloso abuso
della negazione, e ne propone perciò una riscrittura,
certo più chiara e leggibile,
ignoriamo se altrettanto veritiera.

Comunque balza agli occhi
che più che di un’Operazione memoria
questi signori necessiterebbero
di un Intervento grammatica.

(Se lo ricordino
la prossima volta che rosicheranno
alla scuola pubblica
vitali ore di lezione, italiano in primis).

Pubblicato da Annalisa

Attenzione all’acquitrino

martedì, luglio 13th, 2010

Tra le risorse della nostra lingua,
le polirematiche,
gruppi di parole che assumono significati nuovi
rispetto ai singoli lemmi che li compongono,
spiccano per duttilità.

L’acqua,
vitale, preziosa sempre,
in questi giorni di afa
ancor più bramata,
evoca le rispettive polirematiche,
tutte abbastanza note
da passare inosservate,
anche se - sotto sotto - di rado rassicuranti.

Dall’acqua-aria missilistico
alla malcerta acqua cheta,
ché un’acqua tofana,
venefica pozione arsenica,
neanche la vogliamo considerare,
non sfuggano le possibili insidie
della naturalezza acqua e sapone
che, dove ostentata, spesso puzza,
o, assai peggio,
della scivolata nell’acqua fresca:
mai assuefarsi ai discorsi inconcludenti
nonostante esempi a profluvi.

Così, in tempi risolutamente sospetti,
anche la locuzione acqua in bocca
si fa infida,
e pure i pesci, proverbialmente muti,
collaborano.

È infatti grazie a recenti registrazioni subacquee
che il biologo marino Shahriman Ghazali ha dimostrato
che anche i pesci parlano.
Non tutti, è vero:
ma almeno i più sanno ascoltare.

Pubblicato da Annalisa

Non immodificabili

venerdì, maggio 28th, 2010

Ragionare per categorie salva.
Salva dal sovraccarico emozionale, dall’affastellarsi dell’esperibile.
Nella filosofia kantiana, la categoria è addirittura una forma a priori
dell’intelletto: rende possibile la conoscenza.

Ragionare per categorie fa risparmiare.
È una generalizzazione,
e la generalizzazione permette di preservare energia.
Appartiene a quei processi di modellamento
che circoscrivono e plasmano le nostre rappresentazioni della realtà.
Anche quelle linguistiche.

Che la struttura superficiale del linguaggio,
cioè le parole che pronunciamo e scriviamo,
sia in stretta correlazione con i nostri pensieri,
la nostra visione del mondo, è assodato:
attenzione alle parole significa dunque attenzione ai pensieri.

Sarà per questo che certe parole
ci risultano urticanti.
Fastidiose, malsane, asfittiche, abusate.
Generalizzate. Troppo.

Ragionare per categorie può così anche confondere.
E che si parli di pupe, secchioni,
bionde, bamboccioni,
sì: ci tocca fino a un certo punto.

Perché è da quel punto in poi che la generalizzazione
si odia. O si ama.
Un esempio?
Sacrifici.

Pubblicato da Annalisa

Qui lo dico. E non lo nego

sabato, maggio 1st, 2010

È qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini?
io lo nego.
Se quasi mai [...] la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini
dipende solo dal modo in cui la cultura si è manifestata.
Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori,
ha scoperto continenti e costruito macchine,
ma non si è identificata con la società,
non ha governato con la società,
non ha condotto eserciti per la società.

Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori?
Dallo spettacolo di ciò che l’uomo soffre nella società.
L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre.
E che cosa fa la cultura per l’uomo che soffre? Cerca di consolarlo. [...]
Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze
invece di limitarsi a consolarlo?

Una cultura che le impedisca,
che le scongiuri,
che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù,
e a vincere il bisogno,
questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura.

(E. Vittorini, da Il Politecnico, n. 1, settembre 1945)

Buon Primo Maggio.

Pubblicato da Annalisa

Cucine e caròle

martedì, aprile 20th, 2010

Scorro la mail di un’amica,
arrivo a un blog che non conoscevo
penso a quest’altro, che abitualmente leggo,
confronto due spot di cucine,
come suggerisce il primo post.

Rifletto sul testo della cucina italiana,
tanto goffo da risultare grottesco,
e, paralleli con voce borotalcata toni pastello
arie da carillon a parte, il testo, proprio lui,
deprime.
A parlare è una donna in dolci caròle:

Lo immaginavo moro... e ho sposato un uomo biondo
...
Immaginavo una vita in città... e vivo in campagna
...
Immaginavo una figlia ballerina... e ho avuto due maschietti
...
Immaginavo di cantare... e ho studiato Legge
...
Immaginavo di realizzare tutti i miei sogni...
ed è stato così...
Per il tuo progetto,
scegli una cucina che ne faccia parte!

(sic)

Liberissimi di cambiare idea cammin facendo,
ma dei progetti iniziali di questa donna
non rimane traccia, se non per beffarda antitesi
(climax  imperdibile quando, leggiadra, accarezza
l’idea della bambina ballerina,
ed estrae dal borsone scarpe da calcio grondanti mota).

Ecco che l’idea di associare la cucina al progetto,
quando il progetto è platealmente disatteso
(mica convince l’ammissione finale, in aria soavemente beota)
par peregrina.

La cucina dovrebbe far parte del tuo progetto:
quale?
Il progetto passato è affossato,
il presente non ha alcuna apertura sul futuro
(dunque, semmai, perché progetto?)
a partire dai tempi verbali in cui resta, casomai,
la neanche troppo implicita algia del confronto col passato.
E allora?

Giganteggia l’ipotesi
che il claim sia un invito
a rimanere coi piedi per terra e circoscriversi:
sognare sogni sognabili.
Cucina = frustrazione
è l’improvvida conclusione.

Pubblicato da Annalisa

Fast and furious

venerdì, marzo 12th, 2010

Gli stimoli esterni ci modellano:
pensieri, risposte, linguaggio, abitudini, valori, tutto
è figlio della realtà, fuori, e di come la filtriamo, dentro.

Neanche la musica si sottrae alla regola
e ci segna, plasma, spesso rende migliori (più acuti, laboriosi, attenti,
pronti agli acquisti, proni alle voglie),
ma alle volte peggiori:
la musica che gira intorno
può incoraggiare pensieri e atteggiamenti aggressivi,
specie nelle canzoni ispirate a comportamenti antisociali,
grondanti aggressività,
a partire da un linguaggio offensivo e avvilente. 

Sono i pareri di Wayne Warburton,
psicologo della Macquarie University di Sidney,
ed è perciò conseguente l’iniziativa di promuovere,
come frutto di ricerca trentennale,
una conferenza che si terrà il prossimo 19 marzo
e farà il punto su giovani e media.
Titolo: Growing up fast and furious: Reviewing the impacts
of violent and sexualised media on children. 

Si, perché alla musica che imprigiona nella violenza
possono rispondere certi media, propone Warburton, che,
a sua detta, incarnerebbero
“modelli responsabili e didattici,
d’informazione e sensibilizzazione ai problemi dei giovani
e delle persone in genere;
promuovendo al tempo stesso la socialità e la solidarietà”.

Si capisce che il riferimento sia ai media australiani,
ché qui, giovani o no,
c’è poco da sensibilizzare.
E perché fingersi scandalo sul testo di Cristicchi
o sulla coca di Morgan
quando poi, media piacendo,
politica, cronaca, intrattenimento è splatter?

Pubblicato da Annalisa

Egopatia dominante

lunedì, gennaio 18th, 2010

Che Stefano Bartezzaghi sia un maestro si sa.
E nel Lapsus* di stamani definirlo arguto
è dire poco. Vi discorre dello stato del Montenegro
e del benefico caso che ha voluto gli fosse assegnato
il dominio Internet “.me“.

Quale azienda montenegrina
si perderebbe l’occasione di un allettante naming
che in autologo peana incantasse il navigatore
brandendolo tra le Scilla e Cariddi di un “write.me”,
“youand.me” e chi più ne ha
più ne metta?

Nessuna. A noi tocca, invece, quel puntuto “.it
che giusto giusto evoca Jackson (beat.it)
e scettici (idontbelieve.it).

E il “.tu”? Esiste il dominio .tu?
si chiede Bartezzaghi, e lì a snocciolare
ipotesi per siti di socializzazione (dammidel.tu),
amori musicali in corso (ancora.tu)
e garrule esortazioni (evaialcinevacci.tu).

Non esiste il dominio “.tu”,
o comunque nessuno lo occupa.
Strano mondo, il web, tutti a teorizzare di relazione
e, appena possibile, giù a pigolare un io io io io io…

 

* da «La Repubblica», 18/01/10, p.37
Pubblicato da Annalisa

Banalmente mostri

mercoledì, novembre 25th, 2009

Gli scrittori il cui lavoro riluce di introspezione e mistero
nel privato spesso sono dei banali mostri. 

Così Stephen King, ieri su «Repubblica»,
a proposito di Raymond Carver
e alludendo alla sua lunga battaglia contro l’alcol. 

Perché si scriva, aldilà dei doveri comunicativi,
ce lo continuiamo a chiedere.
Qui io l’ho chiamato propellente, il tag,
ché la spinta a scrivere può anche essere una sorta di elan vital,
il trionfo della biologia sulla volontà,
e tanto basta.

Ce lo continuiamo a chiedere ma certo è che molti
confidano in pieno nella scrittura
come atto sublimatorio, salvifico. 

Panacea universale,
se scrivere fosse guarire avremmo forse cronache più sgonfie
e, nel trionfo dello smanettamento generale in Rete,
un diffuso e godurioso ottimismo
che invece si fatica a percepire.
Atto sublimatorio passi,
salvifico di tanto in tanto,
redimente quasi mai?

Vale la pena chiederselo.
Nel frattempo, per allenare altri punti di vista leggo
Documentalità.

Pubblicato da Annalisa