Gli stimoli esterni ci modellano:
pensieri, risposte, linguaggio, abitudini, valori, tutto
è figlio della realtà, fuori, e di come la filtriamo, dentro.
Neanche la musica si sottrae alla regola
e ci segna, plasma, spesso rende migliori (più acuti, laboriosi, attenti,
pronti agli acquisti, proni alle voglie),
ma alle volte peggiori:
la musica che gira intorno
può incoraggiare pensieri e atteggiamenti aggressivi,
specie nelle canzoni ispirate a comportamenti antisociali,
grondanti aggressività,
a partire da un linguaggio offensivo e avvilente.
Sono i pareri di Wayne Warburton,
psicologo della Macquarie University di Sidney,
ed è perciò conseguente l’iniziativa di promuovere,
come frutto di ricerca trentennale,
una conferenza che si terrà il prossimo 19 marzo
e farà il punto su giovani e media.
Titolo: Growing up fast and furious: Reviewing the impacts
of violent and sexualised media on children.
Si, perché alla musica che imprigiona nella violenza
possono rispondere certi media, propone Warburton, che,
a sua detta, incarnerebbero
“modelli responsabili e didattici,
d’informazione e sensibilizzazione ai problemi dei giovani
e delle persone in genere;
promuovendo al tempo stesso la socialità e la solidarietà”.
Si capisce che il riferimento sia ai media australiani,
ché qui, giovani o no,
c’è poco da sensibilizzare.
E perché fingersi scandalo sul testo di Cristicchi
o sulla coca di Morgan
quando poi, media piacendo,
politica, cronaca, intrattenimento è splatter?
Pubblicato da
Annalisa